Per anni la scelta della larghezza del manubrio sulla bici da corsa è stata abbastanza semplice. Si misuravano più o meno le spalle del ciclista e si sceglieva una piega di larghezza simile: 40, 42 o 44 centimetri erano misure assolutamente normali.
Poi qualcosa è cambiato. Guardando le biciclette dei professionisti si vedono manubri sempre più stretti e, in alcuni casi, leve inclinate verso l’interno per cercare una posizione ancora più raccolta. Il motivo principale è semplice: l’aerodinamica.
Ma quanto si guadagna realmente? E soprattutto: quello che funziona per un professionista ha senso anche sulla nostra bici?
PERCHÉ STRINGERE IL MANUBRIO?
Quando pedaliamo ad alta velocità, una parte molto importante della resistenza aerodinamica è provocata dal ciclista. Ridurre la superficie frontale del corpo può quindi essere più interessante che risparmiare qualche grammo su un componente.
Un manubrio più stretto permette di avvicinare le braccia e assumere una posizione più raccolta. Da qui nasce la ricerca sempre più spinta che abbiamo visto negli ultimi anni nel ciclismo professionistico. Non si cerca soltanto una bici aerodinamica: si cerca soprattutto di rendere più aerodinamico il ciclista.
DA 42 A 40, 38… E ANCHE MENO
Fino a non molti anni fa vedere una bici da corsa con un manubrio da 42 o 44 centimetri era assolutamente normale. Oggi sulle biciclette da competizione sono diventate comuni misure decisamente più contenute.
Bisogna però fare attenzione a un particolare: non tutti i manubri vengono misurati allo stesso modo. Si può parlare di misura centro-centro oppure esterno-esterno e molti manubri moderni hanno anche un certo flare, quindi la larghezza nella parte alta può essere differente da quella nella parte bassa della piega.
Per confrontare due manubri non basta quindi leggere semplicemente il numero dichiarato dal produttore.
L’UCI HA DECISO DI METTERE UN LIMITE
La ricerca di posizioni sempre più strette è arrivata al punto da provocare un intervento dell’UCI.
Dal 1° gennaio 2026, nelle prove su strada e ciclocross con partenza in gruppo, il manubrio deve avere una larghezza complessiva minima di 400 mm, misurata da esterno a esterno. Sono stati inoltre fissati un flare massimo di 65 mm e una distanza interna minima di 280 mm tra le leve.
Ma c’è un particolare ancora più interessante. L’UCI ha spiegato che queste limitazioni non riguardano soltanto il controllo della bicicletta: tra gli obiettivi c’è anche quello di contenere le velocità mantenendo una certa resistenza aerodinamica.
In altre parole, quei pochi centimetri di larghezza sono diventati abbastanza importanti da finire direttamente nel regolamento.
MA UN MANUBRIO STRETTO È DAVVERO PIÙ VELOCE?
Dal punto di vista aerodinamico il principio ha senso. Avvicinando le braccia possiamo ridurre l’area frontale del ciclista e quindi la resistenza all’aria.
Ma questo non significa automaticamente che montare il manubrio più stretto possibile renda tutti più veloci.
Sulla bicicletta non esiste soltanto l’aerodinamica. Esistono anche comfort, controllo, mobilità e capacità di mantenere una determinata posizione per ore.
Una posizione teoricamente molto aerodinamica che dopo mezz’ora ci costringe continuamente a spostarci sul manubrio potrebbe offrire molti meno vantaggi di quanto sembri sulla carta.
LA MIA ESPERIENZA CON UN DEDA ELEMENTI DA 400 MM
Sulla mia bici utilizzo un Deda Elementi da 400 mm. Peso circa 65 kg, ma il peso in questo caso conta relativamente poco: soprattutto ho spalle piuttosto strette e questa misura mi è sempre sembrata naturale.
Non l’ho scelto per inseguire qualche watt aerodinamico. Semplicemente mi trovo bene.
Rispetto a un manubrio più largo avverto però una differenza nella guida: la bici mi sembra un po’ più nervosa e rapida nei cambi di direzione. Personalmente è una caratteristica che mi piace. Preferisco una bici reattiva e quella sensazione di risposta immediata non mi disturba affatto.
Ed è proprio questa esperienza a ricordarmi che la larghezza del manubrio non è soltanto una questione di aerodinamica.
UN ESEMPIO CONCRETO: DEDA ZERO 2 DCR DA 400 MM
Per chi vuole provare una piega da 400 mm senza necessariamente passare a un costoso manubrio in carbonio, il Deda Zero 2 DCR rappresenta una possibilità interessante. Realizzato in alluminio e caratterizzato da una geometria compatta, è predisposto per il passaggio interno dei cavi. Attenzione però alla larghezza dichiarata: Deda utilizza la misurazione esterno-esterno, quindi è importante non confondere questa misura con quella centro-centro adottata da altri produttori. Prima dell’acquisto vanno inoltre verificate la compatibilità con l’attacco manubrio e la configurazione dei cavi.
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PIÙ STRETTO NON SIGNIFICA AUTOMATICAMENTE MIGLIORE
Riducendo la larghezza cambia la leva che esercitiamo sullo sterzo. La geometria della bicicletta naturalmente rimane la stessa, quindi non sarebbe corretto dire che un manubrio stretto trasformi automaticamente una bici stabile in una bici nervosa.
Può però cambiare sensibilmente la sensazione che riceviamo dalla bici e il modo in cui impartiamo gli input allo sterzo.
Quello che per me risulta rapido e piacevole potrebbe sembrare troppo diretto a un altro ciclista. Con una piega più larga abbiamo inoltre una leva maggiore sullo sterzo, caratteristica che alcuni possono apprezzare soprattutto nelle discese o nelle manovre più decise.
E LA RESPIRAZIONE?
È un’altra questione che compare spesso quando si parla di manubri molto stretti. Portare le braccia sempre più vicine modifica la posizione della parte superiore del corpo, ma sarebbe troppo semplicistico affermare che un manubrio stretto impedisca automaticamente di respirare correttamente.
Entrano in gioco anatomia, mobilità, posizione delle leve, lunghezza dell’attacco e assetto complessivo sulla bicicletta.
Il problema nasce soprattutto quando inseguiamo una posizione estrema senza verificare se il nostro corpo riesca realmente a mantenerla.
UN 400 MM È GIÀ UN MANUBRIO ESTREMO?
No. Ed è importante chiarirlo.
Un 400 mm può essere una misura assolutamente naturale per un ciclista con spalle strette. Il mio caso ne è un esempio.
Il discorso cambia quando la scelta della larghezza non nasce più dalla corporatura o dalle sensazioni di guida, ma esclusivamente dalla ricerca della minore superficie frontale possibile.
È lì che biomeccanica e aerodinamica cominciano a incontrarsi e, qualche volta, a scontrarsi.
HA SENSO COPIARE I PROFESSIONISTI?
Probabilmente questa è la domanda più importante.
Un professionista può lavorare con biomeccanici, tecnici e specialisti dell’aerodinamica. E soprattutto corre a velocità alle quali anche un piccolo miglioramento aerodinamico può assumere un’importanza concreta.
Per un amatore che viaggia mediamente a velocità inferiori il rapporto tra vantaggi e compromessi può essere molto diverso.
Questo non significa che l’aerodinamica non conti per noi. Significa semplicemente che non dovremmo scegliere una misura soltanto perché l’abbiamo vista sulla bici di un professionista.
COME SCEGLIERE ALLORA LA LARGHEZZA?
Non esiste un numero corretto per tutti.
La larghezza delle spalle rimane un buon punto di partenza, ma bisogna considerare anche posizione sulla bici, mobilità, tipo di utilizzo, comfort sulle lunghe distanze e sensazioni di guida.
E naturalmente ciò che cerchiamo dalla nostra bicicletta.
Chi ama una guida diretta potrebbe apprezzare una piega relativamente stretta. Chi privilegia una sensazione di maggiore leva e controllo potrebbe preferire qualche centimetro in più.
L’errore sarebbe pensare che 36 o 38 centimetri significhino automaticamente “moderno” e 42 o 44 significhino “vecchio”.
La misura migliore rimane quella che permette al ciclista di stare bene sulla bici e di guidarla come desidera.
ALLA FINE, QUANTO CONTANO DAVVERO QUEI CENTIMETRI?
La ricerca aerodinamica ha cambiato persino uno dei componenti apparentemente più semplici della bicicletta.
Prima sceglievamo il manubrio quasi esclusivamente pensando alle nostre spalle. Oggi parliamo di watt, superficie frontale, flare e posizione delle leve.
Ma c’è una cosa che nessuna galleria del vento può decidere completamente al nostro posto: come ci sentiamo sulla bicicletta.
Io con il mio 400 mm mi trovo bene. La bici mi sembra leggermente più nervosa nei cambi di direzione, ma è proprio una delle caratteristiche che apprezzo.
Un altro ciclista potrebbe provarlo e desiderare immediatamente di tornare a un 42. Ed è perfettamente normale.
Perché il manubrio migliore non è necessariamente quello più stretto. È quello che permette di assumere una buona posizione, controllare bene la bici e pedalare senza trasformare un possibile vantaggio aerodinamico in un compromesso.
E voi che larghezza utilizzate: 36, 38, 40, 42 o 44 centimetri?
Avete mai provato a scendere di misura? E avete realmente percepito una differenza?


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